Benché oggi gli inuit non rinuncino a modernità come i cibi conservati provenienti da climi più caldi, i computer, le automobili lussuose e i motori fuoribordo, solo 40 anni fa i groenlandesi conducevano ancora uno stile di vita tradizionale che ruotava intorno alla caccia. Essi ritenevano che gli umani fossero ombre - più dei morti che dei vivi - e che solo le tecniche e i rituali della caccia potessero mantenerli nel regno degli umani: ogni errore li avrebbe fatti ricadere nel precedente regno degli animali. L'armonia con la terra, il rispetto per i morti e il dovuto omaggio agli animali che si sacrificavano per il bene dell'umanità erano i valori di un buon cacciatore e impedivano al mondo di cadere dal proprio equilibrio. Secondo il folklore inuit ci fu anche un tempo in cui gli uomini potevano parlare con gli animali; le parole avevano natura sciamanica e possedevano un 'tengeq' o potere intrinseco. Se venivano pronunciate con noncuranza perdevano immediatamente il loro potere. Questa credenza spiega in parte la riluttanza quasi leggendaria degli inuit a perdere tempo in chiacchiere. La loro concisione fa sembrare la maggior parte dei non inuit sfacciati e arroganti.
I tupilak, un tempo incisi nelle ossa, nella pelle e nei pezzi di torba, sono piccole figure grottesche che non apparirebbero fuori luogo in un film dell'orrore. Originariamente venivano realizzati per portare sfortuna o addirittura provocare la morte di qualcuno, ma l'incisore doveva fare attenzione che il feticcio della vittima fosse più debole del suo per evitare una reazione fatale. Oggi i tupilak vengono incisi nelle corna dei caribù, nella steatite, nel legname trasportato dall'acqua, nelle zanne dei narvali, nell'avorio dei trichechi e nelle ossa e, poiché vengono venduti come souvenir, l'unico loro potere è quello di attirare il denaro dei turisti.
Si è detto che la lingua groenlandese assomigli agli sforzi fatti da un bambino di due anni alla macchina da scrivere: lunghe catene di parole megasillabiche tenute assieme ripetendo le vocali e con qualche 'q' in più di quelle cui sono abituati gli occidentali. Se essa suona difficilissima da imparare, è perché lo è veramente. Una difficoltà in più deriva dall'abitudine che hanno i groenlandesi di abbreviare in modo del tutto spontaneo le parole mostruosamente lunghe, cosicché queste diventano ancora più enigmatiche per gli stranieri muniti di frasario.
Il cibo tipico groenlandese è fresco e sanguinolento: carne di tricheco, foca e balena. Le parti più gustose della preda (gli occhi, i reni e il cuore) venivano anticamente riservate al capo cacciatore, mentre le altre venivano distribuite secondo una ben precisa gerarchia. Dell'animale non si scartava nulla. Una specialità groenlandese descritta da Jean Malaurie in 'The Last Kings of Thule' si otteneva mescolando escrementi di pernice a grasso di foca; un'altra consisteva in grasso di narvalo e acqua mescolati con cervella di tricheco ed erba digerita dal primo stomaco di una renna. Oggi le abitudini alimentari dei groenlandesi sono cambiate: si tende sempre più verso una cucina internazionale e chiunque volesse provare a reintrodurre le specialità groenlandesi dovrebbe prima pensarci due volte. È difficile immaginare uno di questi piatti, o una variazione sul tema, pubblicato su Vogue Cuisine. Nel frattempo la caccia è stata ampiamente rimpiazzata dai supermercati e sulla lista della spesa compaiono persino i frutti tropicali, ma le bistecche di balena e la carne di foca preconfezionate si trovano ancora in vendita nel reparto surgelati.
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