Anche se la popolazione si è convertita al cristianesimo, il Faka Tokelau – ovvero il tipico stile di vita locale – è un esempio di cultura polinesiana rimasta praticamente intatta, grazie all’isolamento degli atolli e all’approccio dell’amministrazione neozelandese, rispettosa dell’identità degli isolani. La forza della comunità del villaggio e il suo sistema di condivisione delle risorse sono le caratteristiche peculiari di Tokelau, insieme al grandissimo rispetto tributato agli anziani. La vita quotidiana è regolamentata in ogni villaggio da un consiglio di anziani e dai rappresentanti delle famiglie (taupulega); la maggior parte degli uomini si dedica alla pesca, ai raccolti e alla costruzione degli edifici, mentre le donne sono responsabili della pulizia e della salute del villaggio.
Su ciascun atollo c’è un solo villaggio, ammassato nell’isola più alta (motu). I tre villaggi sono suddivisi territorialmente in due faitu, in competizione tra loro per quanto riguarda la pesca, i canti, le danze, gli sport e il kilikiti (una sorta di cricket che si svolge nei villaggi e coinvolge fino a 50 giocatori per squadra). Nonostante le crescenti influenze del mondo esterno, tutte le risorse delle isole vengono condivise dalle famiglie, secondo i loro bisogni. Gli edifici di maggior spicco nei tre villaggi sono la chiesa e la sala del villaggio (fale fono).
Gli atolli sono incredibilmente affollati, perciò l’individualismo e la ricerca della privacy non sono apprezzati a Tokelau. I visitatori dovranno vestirsi in modo sobrio, evitando bikini e abiti succinti. Le risorse locali sono assai modeste, perciò evitate di raccogliere le noci di cocco cadute a terra. Se siete invitati a casa di qualcuno, ricordatevi di togliere le scarpe prima di entrare e di sedervi a gambe incrociate.
Tokelau è devotamente cattolica, e la domenica è quasi esclusivamente dedicata alla visita in chiesa. Dato che molte attività (tra le quali il lavoro) sono vietate la domenica, sarebbe meglio arrivare nelle isole in un giorno infrasettimanale. La composizione religiosa degli atolli riflette l’operato dei missionari samoani del XIX secolo: Atafu è quasi totalmente protestante, mentre a Nukunonu la maggioranza della popolazione è cattolica, e Fakaofo è suddivisa tra le due fedi, conseguenza del fatto che i missionari cattolici e protestanti vi giunsero contemporaneamente. Le tensioni tra i due gruppi religiosi sono rare, perché si scontrerebbero con il diffuso concetto dell’unità del villaggio (maopoopo). Prima dell’arrivo del cristianesimo, gli abitanti di Tokelau adoravano una divinità chiamata Tui Tokelau, oltre al solito pantheon di dei polinesiani. La grande lastra di corallo che personifica Tui Tokelau si trova tuttora nel villaggio di Fakaofo.
Gli abitanti di Tokelau sono polinesiani, strettamente imparentati con le popolazioni di Tuvalua, Samoa e delle Isole Cook. La presenza di cognomi europei è dovuta ai balenieri e agli avventurieri che visitarono queste isole alla fine del XIX secolo, e i cui matrimoni misti generarono quello che viene oggi definito ‘un miscuglio genetico bizzarro’. La popolazione attuale di circa 1500 persone è di gran lunga inferiore al numero di emigrati; i neozelandesi originari di Tokelau, per esempio, sono circa 5000.
Il tokelauano è una lingua polinesiana strettamente imparentata con la lingua di Tuvalua e con il samoano. La maggior parte degli abitanti delle isole conosce qualche parola di inglese, grazie ai frequenti contatti con la Nuova Zelanda e all’insegnamento dell’inglese come seconda lingua a scuola.
I cibi tradizionali come pesce, kumala (patata dolce), frutti dell’albero del pane, taro, maiali e pollame vengono cucinati sia sulle stufe a kerosene, sia negli onnipresenti forni di terra (umu). Questa dieta tradizionale è sempre più integrata da cibi confezionati d’importazione, che non fanno molto bene alla salute degli isolani; l’obesità, infatti, è in aumento. L’acqua dolce scarseggia e quella piovana, raccolta in cisterne, ha un sapore salmastro, perciò non stupitevi se la 'cold stuff' (bevanda fredda, ovvero la birra) è molto popolare (ma attentamente razionata nella più tradizionalista Atafu). La kaleva, prodotta con il latte fermentato della noce di cocco, si beve in alternativa agli alcolici importati; il suo secondo nome, vino di palma acido (sour toddy, in inglese), dà un’idea del sapore.
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